25 Aprile 2020
Sabato 25 Aprile 2020 ore
25 Aprile 2020
testo inedito di Marco Sommariva
riservato ai soci ARCI
costo tessera 15 euro valida dal 01/10/2019 al 30/09/2020

Raccolgo volentieri l’invito degli amici del Count Basie, a scrivere qualcosa riguardo questa bellissima ricorrenza, quella del 25 aprile.

Intanto, desidero chiarire due cose: la prima, il 25 aprile è la giornata in cui si ricorda la liberazione dell’Italia dal governo fascista e dall’occupazione nazista; la seconda, la Festa del 25 aprile è conosciuta anche come anniversario della Resistenza, giornata in cui si rende omaggio ai partigiani di ogni fronte o colore che, a partire dal 1943, contribuirono alla liberazione dell’Italia.

Ho scritto “partigiani di ogni colore” perché i partigiani amavano i colori: rossi erano i partigiani comunisti, i garibaldini; verdi quelli di Giustizia e Libertà; bianchi i cattolici; azzurri gli autonomi come Beppe Fenoglio, l’autore de “Il partigiano Johnny”.

Ho anche scritto “Resistenza”, e qua mi piace ricordare che è una parola d’origine francese, affermatasi in Italia a cose fatte, dopo il 25 aprile 1945; nel linguaggio dell’epoca, invece, veniva preferibilmente usata la parola “ribelli”, oppure “fuorilegge”, mentre nei documenti alleati si parla di “patrioti”, e tedeschi e fascisti si accaniscono contro i “banditi”, parola rivendicata con orgoglio dagli interessati, i partigiani.

Ho pure riportato che i “partigiani contribuirono alla liberazione dell’Italia”. E come contribuirono? Combattendo. E allora parliamo un po’ di questo combattere… la guerra partigiana va vista come un’organizzazione che nasce e si sviluppa in montagna, con ramificazioni in ogni singola valle, e ogni banda fa storia a sé: sarebbe un grosso errore pensarla come un esercito con gradi e gerarchie. Nel dopoguerra vi sarà una grande corsa a restituire titoli e gradi a una storia che ha il suo punto di forza nel disordine, nell’anarchia, nella logica dei piccoli gruppi che si sciolgono e si ricongiungono spesso in luoghi diversi. E questi piccoli gruppi dove le trovavano le armi per combattere? Le armi erano scarse e quelle poche non funzionavano affatto o molti partigiani non erano capaci di farle funzionare; si cercava di prenderle nelle caserme abbandonate dopo l'8 settembre, ma i risultati non erano granché soddisfacenti. Mancavano i pezzi di artiglieria, i ricambi, mancava specialmente chi sapesse insegnare a usarle. Si cercava di sottrarre armi ai tedeschi, ai repubblichini, ma per tutto il periodo del conflitto, il problema delle armi riguarderà, innanzitutto, la loro mancanza. Nonostante ciò, i partigiani ebbero la meglio.

Qualcuno tirerà fuori certe pagine scabrose di vita partigiana; a questo, si risponde che per quanto numerosi possano essere questi episodi, non potranno mutare il giudizio della storia: una parte non potrà essere equiparata all’altra – dalla parte giusta rimarrà chiunque ha combattuto per la civiltà contro la barbarie.

Qualcun altro dirà che, comunque, tante cose ancora oggi non vanno bene; in questo caso, va ricordato che le emancipazioni sono processi lunghi, che richiedono il concorso dell’intelligenza umana: le guerre, anche quelle di liberazione, illudono che sia possibile il superamento di antiche costrizioni, ma non possono incidere più di tanto. Gli antichi ritardi permangono. Nell’emancipazione della donna, per esempio, qualcosa in Italia non funzionava già molto prima che il fascismo andasse al potere.

Non mi preoccupano molto coloro che hanno da ridire, mi spaventa parecchio chi non si oppone a qualsiasi forma di fascismo gli si presenti davanti, e questo mi ricorda quanto ha scritto Alberto Cavaglion, che dal ‘39 al ’43 (periodo in cui l’Italia era alleata con Hitler) non s’è ravvisato alcun segno di opposizione e che davanti all’invio verso fronti lontani – l’Africa, l’Albania, la Francia, la Grecia o la Russia – non s’è registrato alcuna forma di ribellione; in pratica, le coscienze erano assopite, la discussione delle idee politiche del tutto affievolita. Cosa che non era accaduta durante la Prima guerra mondiale: nel 1917, per esempio, c’erano stati processi contro i sovversivi e i renitenti. Questa disabitudine alla lotta, questa indifferenza o la tendenza al compromesso mi riportano alla mente ciò che disse una delle prime vittime della violenza squadrista, Piero Gobetti; la sua fu una definizione lapidaria del fascismo e, nonostante gli anni trascorsi, è purtroppo ancora attuale; disse che il fascismo non era altro che una sorta di riassunto dei nostri difetti: diffusa disabitudine alla lotta politica, scarsa disponibilità ad assumersi responsabilità di liberi cittadini, inclinazione alla retorica, al conformismo, al compromesso, alla cortigianeria, al demagogismo. Elementi che si ritrovano per tutto il ventennio fascista ma che, sempre più spesso, ce li ritroviamo sotto casa – a volta, anche dentro casa.

Capisco che la nostra memoria, sia quella singola che quella collettiva, subisca i riflessi dell’economia, ed è naturale che ciò avvenga: una cosa è ricordare il passato con pancia e portafogli pieni, altra cosa è ricordare il passato senza un lavoro e senza certezze per il futuro dei propri figli. Ma temo non abbiano tutti la pancia vuota gli italiani inclini al compromesso, al conformismo o che hanno perso l’abitudine a lottare.

E allora... su!, forza!... combattiamo il fascismo dentro di noi per essere capaci a combattere il fascismo fra di noi. Perché, come scriveva Orwell, “se sostenete che il fascismo è soltanto un'aberrazione che in breve tempo si esaurirà da sola, vi cullate in un sogno dal quale vi desterete nel momento in cui qualcuno vi darà una manganellata sulla testa.”

Buon 25 aprile.

Marco Sommariva
(www.marcosommariva.com)

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